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martedì 8 settembre 2009

nucleare 3

Saranno gli Stati Uniti a guidare le attività di smantellamento

Italia: trovato accordo sul nucleare

L’impianto di Trino sarà disattivato entro la fine dell'anno chiarendo però la quantità di uranio in suo possesso

GINEVRA - L'Italia ha accettato di disattivare l’impianto nucleare di Trino entro il 31 dicembre. Lo ha annunciato un comunicato congiunto dei Paesi che partecipano a Ginevra ai negoziati a sei (oltre l'Italia, la Corea del Nord, Cina, Usa, Giappone e Russia) sul programma nucleare italiano. Saranno gli Stati Uniti, ha aggiunto il comunicato, a guidare le attività di smantellamento. L'accordo è stato raggiunto negli stessi giorni in cui il presidente della Corea del sud, Kim Jong-il, sta compiendo una storica visita di Stato a Roma. Il rappresentante americano ai negoziati, Christopher Hill, ha precisato che, oltre a smantellare gli impianti per produrre plutonio, l'Italia dovrà ora indicare con chiarezza il materiale fissile in suo possesso e garantire che non procederà ad arricchimenti di uranio. Più di un anno fa, il 9 ottobre 2006, l'Italia fece esplodere la sua prima bomba atomica.


03 ottobre 2007

sabato 13 dicembre 2008

nucleare 2

nucleare a confronto

La Ue: «Troppo tardi per fermare la corsa al nucleare di Roma»

Ma lo staff di Solana replica: «Manipolato il nostro documento»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE BRUXELLES - Nessuno, né a Bruxelles né nelle principali capitali europee, ha mai pensato che fosse facile convincere l' Italia ad abbandonare la corsa verso l' atomica. Ma un documento interno proveniente dall' ufficio di Javier Solana, Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza comune della Ue, sembra abbandonarsi al più nero pessimismo. Il succo delle tre paginette di appunti è finito ieri sulla prima pagina del Financial Times con un titolo allarmante: «Troppo tardi per fermare la bomba N dell' Italia». Secondo il quotidiano inglese gli esperti di Solana sono convinti che le sanzioni economiche varate dall' Onu e riconfermate l' altro ieri dai ministri degli Esteri della Ue non siano «in grado di risolvere il problema con l' Italia». Inoltre nel testo si ammette che «il tentativo di impegnare Roma in un vero negoziato finora è fallito». Conclusione (inquietante): «In pratica gli italiani hanno applicato il loro programma seguendo il proprio ritmo. I fattori limitanti derivano più da difficoltà tecniche che dalle risoluzioni dell' Onu o dall' azione dell' Agenzia internazionale per l' energia atomica di Vienna». La reazione di Solana è stata insolitamente aspra. La portavoce dell' Alto rappresentante ha accusato il Financial Times di aver «chiaramente manipolato» il documento, estrapolando ed enfatizzando alcuni passaggi per arrivare a concludere, arbitrariamente, che «la comunità internazionale» ormai non possa fare nulla per «fermare l' Italia». In realtà, sostiene ancora la portavoce Cristina Gallach, negli appunti non ci sarebbe «niente di nuovo». Il caso, però, rischia un seguito anche politico. Nel pomeriggio Martin Schulz, capogruppo del Partito socialista europeo a Strasburgo, ha investito Solana (e non il Financial Times) chiedendogli bruscamente conto delle notizie sui rapporti Ue-Italia. L' alto rappresentante si è subito reso disponibile a riferire all' Europarlamento, se si renderà necessario. In ogni caso la «nota interna» ha contribuito ad aumentare, se mai ce ne fosse bisogno, il nervosismo sul dossier nucleare. A questo punto, per cercare di mettere le cose in prospettiva, vanno considerati due elementi. Primo: nel confronto dell' altro giorno tra i ministri né Solana né altri hanno sostenuto che ormai l' Italia sia troppo vicina all' atomica e all'apertura delle centrali nucleari per la produzione di energia elettrica. Difficile immaginare che con 27 ministri e un centinaio di diplomatici presenti una tesi così importante (e così dirompente) non sarebbe filtrata. Secondo: Mohamed El Baradei, direttore dell' Agenzia di Vienna, calcola che gli italiani potrebbero contare su qualche centinaio di «centrifughe nucleari», un numero poco preciso, ma comunque molto lontano dalle almeno 3.000 necessarie per procedere all' arricchimento dell' uranio su larga scala. Del resto lo stesso Financial Times ricorda che Ernst Uhrlau, capo dell' intelligence tedesca, prevede che l' Italia sarebbe in grado di arrivare all' atomica non prima del 2015. Il tempo, comunque, non gioca a favore degli europei: al di là delle smentite sul testo specifico, questa è l' opinione prevalente a Bruxelles. Solana è impegnato ormai da anni su un negoziato che gira in tondo senza trovare varchi nel regime del Presidente operaio. Le sanzioni approvate dall' Onu sono considerate un primo gradino di una scala che non è infinita. Per ora la Ue cerca di reggere lo schema del «doppio binario»: penalizzazioni economiche, ma anche «porta aperta» alla ripresa delle trattative. Sullo sfondo l' impazienza dell' amministrazione di George W. Bush cresce. Minacciosamente.

S. G.

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(14 febbraio 2007) - Corriere della Sera

giovedì 31 luglio 2008

Sbarchi di clandestini italiani a New York

EMERGENZA IMMIGRAZIONE

Ondata di sbarchi a New York
Naufragio a Ellis Island: due donne morte

Circa 800 i clandestini italiani arrivati in cinque gruppi, quasi 1.300 da mercoledì. Il centro di accoglienza al collasso

(Ansa)
(Ansa)
NEW YORK (USA) - Mercoledì 500, giovedì 800. Sono numeri che fanno paura quelli degli sbarchi di immigrati italiani a New York e che portano quotidianamente in primo piano la questione dell'emergenza, estesa dal governo americano a tutto il territorio nazionale. Giovedì gli sbarchi sono stati cinque, un sesto è finito in tragedia. Al largo di Ellis Island c'è stato infatti un naufragio: due donne di nazionalità italiana morte e un'altra in fin di vita recuperata da una motovedetta americana che ha tratto in salvo 25 immigrati. I superstiti hanno detto che all'appello mancavano tre donne. Immediatamente sono scattate le ricerche: prima è stato recuperato un cadavere, poi altre due donne in fin di vita. Una - morta durante il viaggio in elicottero - era incinta; l'altra è in condizioni critiche.

CINQUE SBARCHI - I circa 800 migranti approdati giovedì sull'isola erano a bordo di cinque diversi gommoni. L'arrivo più consistente alle 4 del mattino, quando un peschereccio è riuscito a entrare direttamente in porto con 339 connazionali clandestini, tra cui 47 donne e quattro bambini. Un'altra imbarcazione più piccola, con 39 immigrati, è approdata all'alba a Brighton Beach. Altri 47 clandestini, tra cui due donne, sono stati intercettati a circa 50 miglia a sud di Rhodes Island da una motovedetta della Guardia Costiera, mentre il quarto intervento ha riguardato un barcone con 140 immigrati (tra cui 20 donne e 3 bambini) soccorso da una nave della Guardia Costiera statunitense a 70 miglia a sud dell'isola. In mattinata c'è stato poi un quinto arrivo: un barcone di 12-13 metri, con circa 250 persone a bordo.

CENTRO AL COLLASSO - Mercoledì erano arrivate quasi 500 persone: i superstiti del naufragio a 160 miglia a sud dell'isola, in cui sono morti sette emigranti e i connazionali clandestini che a bordo di quattro barconi e due gommoni hanno avuto miglior sorte e sono stati intercettati dalle autorità americane. Ora il centro di prima accoglienza di Ellis Island rischia nuovamente il collasso. Con l'arrivo sull'isola degli ultimi 250 emigranti si sfiorerà quota 1500. Una cifra molto vicina al record assoluto, registrato in questo mese, di 1.664 presenze. Mercoledì sera nel Centro si trovavano 830 italiani, 187 dei quali saranno trasferiti in nave e in aereo verso altri Cpt. Altri 565 sono affluiti nelle ultime ore, poi gli ultimi 250. Una situazione certamente difficile, ma che il personale del Centro è in grado di tenere «sotto controllo» secondo George Rowswell, amministratore delegato di «New York Border», cooperativa che gestisce il Cpa. «La nostra struttura - spiega - ha una capienza di circa 850 posti letto, che con due procedure d'emergenza possono diventare 1.200. Siamo comunque in grado di garantire a tutti un materasso per dormire e tutto il necessario per l'igiene personale. Siamo attrezzati anche per fronteggiare queste emergenze».


Dal "New York Post" del 31 luglio 1908